L’Italia ha paura del sesso? Gaetano di Sabato

Pubblichiamo la seconda  intervista della nostra inchiesta “l’Italia ha paura del sesso”che segue agli episodi delle ultime settimane sull‘app gayfriendly del Comune di Milano e sulla mozione della Regione Lombardia. A rispondere è Gaetano di Sabato, Presidente dell’associazione “I Mondi Diversi”.

1) – Sul caso dell’app gayfriendly promossa dal Comune di Milano, è giusto escludere i circoli ricreativi dove si fa anche sesso da un app istituzionale che si definisce “gayfriendly”?

Definire ingiusta questa scelta è riduttivo. Si tratta di una decisione profondamente sbagliata sotto molti punti di vista, tanto da risultare incomprensibile. In primo luogo, denota un’inaccettabile assenza di rispetto nei confronti di una realtà che coinvolge diverse decine di migliaia di persone. Un fenomeno di tale portata può essere eventualmente oggetto di riflessione, certo non di censura, soprattutto quando si svolge, come nel caso dei circoli ricreativi, nella piena legalità e offrendo opportunità di aggregazione e confronto in ambienti riservati e protetti che sono molto di più di semplici luoghi di “cruising”. D’altra parte, l’app in questione è stata concepita come strumento di informazione e promozione turistica per una città che tradizionalmente ambisce a dare di sé un’immagine moderna, di respiro i

nternazionale. Chi visita Milano si aspetta di trovare opportunità all’altezza della sua fama di metropoli europea. Escludere l’offerta dei circoli ricreativi significa quindi danneggiare quell’immagine, anche nel confronto con altri poli di attrazione del turismo LGBTQI come Barcellona e Parigi. In definitiva, al di là di tutte le considerazioni di natura politica e morale, si tratta di una scelta senza senso anche sotto il profilo economico.

2) – La credibilità delle rivendicazioni LGBTQI passa per una svolta “moralizzatrice” oppure certi atteggiamenti servono a poco?

 Personalmente credo che di questi tempi si tenda a confondere il concetto di “moralizzazione” con quello di “omologazione”. In uno stato laico e democratico che tutela davvero la pluralità delle condizioni personali e il diritto all’autodeterminazione nella sfera privata, la moralizzazione dovrebbe riguardare le responsabilità civili dell’individuo e non occuparsi certo di imporre il “dress code” per le manifestazioni di piazza né delle modalità di espressione sessuale tra adulti consenzienti. Furberie grandi e piccole, corruzione, raccomandazioni, questi sono fenomeni per cui si dovrebbe parlare di moralizzazione, altro che costumi succinti al Pride o incontri nei circoli ricreativi. Si vuole far passare per moralizzazione il tentativo di appiattire le molteplici istanze della realtà contemporanea su modelli che ormai non bastano più a rappresentarla. Chi crede che la legittimazione delle rivendicazioni delle persone LGBTQI passi per questo tipo di omologazione non fa altro che alimentare un clima culturale in cui le differenze continueranno a essere viste come “anomalie” da tenere nascoste. In questo modo ci si allontana dal riconoscimento della parità giuridica delle persone LGBTQI e si indeboliscono le iniziative volte a contrastare l’omofobia, anche quella interiorizzata.

3) – Come spiegare l’importanza dei Circoli ricreativi in un Paese che stenta a comprendere il legame tra sessualità. affettività e sviluppo della persona e cerca in alcuni casi di censurare il protocollo OMS sull’educazione sessuale come in Lombardia? 

Questa è una battaglia culturale molto complessa. Gli effetti di una morale sessuale eterocentrica e basata sul senso di colpa sono ancora profondamente radicati e agiscono spesso perfino sulle persone apparentemente più “libere”. Probabilmente una cosa non può prescindere dall’altra, nel senso che la valorizzazione dei circoli ricreativi deve necessariamente passare per un’assidua attività di informazione e sensibilizzazione sul rapporto tra sessualità, identità, affettività e salute. Da questo punto di vista, credo sia utile presentare i circoli ricreativi come una risorsa, in quanto con la loro capacità di attrazione sono in grado di raggiungere un pubblico numeroso e vario che potenzialmente può diventare un importante motore di cambiamento.

4) – Dopo l’esperienza delle MST, l’avvento della televisione commerciale e delle pubblicità esplicite, l’esplosione di internet e delle chat, cosa significa nel 2014 “liberazione sessuale”?  Dobbiamo pensare che basti il “parlare di” o c’è ancora molto da fare?

In verità, temo che in Italia (ma non solo in Italia) siamo in un ritardo spaventoso anche per quanto riguarda il parlare di sesso o meglio le modalità con cui parliamo di sesso. In fondo, la morbosità diffusa con cui si affronta e spesso si spettacolarizza l’argomento e il senso di trasgressione che si continua ad associare ai comportamenti sessuali fuori da rapporti di coppia stabili suggeriscono che siamo ancora lontani da un’effettiva liberazione sessuale. Certo la trasgressione è eccitante, ma sottintende la percezione di un “divieto”, di una “colpa”. Di sicuro oggi si “trasgredisce” più facilmente e più spesso e si convive meglio con i sensi di colpa, ma da questo a pensare che abbiamo raggiunto quel livello di consapevolezza necessario per considerare compiuta la liberazione sessuale ce ne passa.  D’altra parte, l’ostilità ai programmi di educazione sessuale nelle scuole, il vuoto legislativo sui diritti delle persone LGBTQI, perfino le agghiaccianti statistiche sulla violenza contro le donne sono tutti una chiara indicazione del fatto che c’è ancora una lunga strada da percorrere.

5)  – Quali alleati dovrebbe cercare il movimento nella sua battaglia di libertà contro l’ipocrisia e la sessuofobia nel nostro Paese?

L’ipocrisia e la sessuofobia sono problematiche che si affrontano e si superano attraverso una costante opera di sensibilizzazione in grado di coniugare elaborazione politica, informazione scientifica e testimonianza di tutte quelle esperienze e quelle condizioni di vita vera che finiscono per essere discriminate e stigmatizzate da modelli di pensiero conservatori, bigotti e oscurantisti che ormai sono un vestito troppo stretto per la realtà contemporanea. Evidenziando tutti i limiti e le illogicità di quei modelli rispetto alla società si può costruire un consenso ampio, al di là dei confini del movimento e della comunità LGBTQI. Tuttavia, credo per raggiungere questo risultato le componenti e le anime del movimento, oltre a condividere gli obiettivi, debbano trovare un nuovo modo di cooperare sulle modalità di azione così da creare un “blocco” più credibile e incisivo sia nel rapporto con le istituzioni sia nell’interazione con la collettività.

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A Gaetano di Sabato va un sentito ringraziamento a nome dell’associazione. Riflettere ed approfondire queste tematiche, oggi, è indispensabile per contrastare l’ondata oscurantista di fronte alla quale ci troviamo e ci induce, inoltre,  ad approfondire la nostra identità di movimento che si batte non solo per i diritti civili, ma anche per un profondo mutamento culturale che promuova la libertà del corpo, delle identità e delle affettività.

 

Mario Marco Canale, 

Presidente Nazionale ANDDOS

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