L’Italia ha paura del sesso? Dario Accolla

 

Pubblichiamo la terza  intervista della nostra inchiesta “l’Italia ha paura del sesso”che segue agli episodi delle ultime settimane sull‘app gayfriendly del Comune di Milano e sulla mozione della Regione Lombardia. A rispondere è Dario Accolla, blogger del “Fatto Quotidiano”

 

1)- Sul caso dell’app gayfriendly promossa dal Comune di Milano, è giusto escludere i circoli ricreativi dove si fa anche sesso da un app istituzionale che si definisce “gayfriendly”?



Credo che dipenda molto dalle finalità dell’iniziativa della Regione Lombardia. Se vuole dare un’impronta solo “politica” – citando ad esempio solo i circuiti socio-culturali – sarebbe fuori luogo. Se invece è una app di tipo generalista, per quel che mi riguarda, non avrei molti problemi a trovarvi informazioni su luoghi in cui è possibile fare sesso. Premesso che quel tipo di informazioni chi vuole andare a cercarsele, le trova comunque. Mi sembra, in linea generale, un atteggiamento moralistico. Sarà interessante vedere come la Regione si comporterà, al momento di trovare sponsor per l’Expo,  nel caso di immagini e messaggi che richiamano la sessualità etero. Personalmente poi credo che la classe politica di un paese che si permette il lusso di una corruzione dilagante e continua, oltre alla presenza di intere dirigenze invischiate in scandali finanziari e sessuali, non abbia molti titoli per porsi a difesa della pubblica moralità, se è questo il nodo della questione.

2)- La credibilità delle rivendicazioni LGBTQI passa per una svolta “moralizzatrice” oppure certi atteggiamenti servono a poco?



Cercare di essere come un certo pensiero – presumibilmente perbenista e bigotto – impone per rientrare in certi criteri di accettabilità sociale è un errore madornale. La questione è comunque molto complessa. Nessuno vuole imporre una certa disinvoltura sessuale. Trovo tuttavia scandaloso che ci si scandalizzi per la libertà altrui. Ed è grave, a mio parere, che chi ha vissuto sulla propria pelle lo stigma della diversità sessuale poi aderisca a principi moralizzatori che hanno come bersaglio l’autodeterminazione, proprio a partire dalla gestione del corpo. Se si nega questo principio – ovvero la libertà di disporre di sé – si negano molte altre conquiste sociali, come l’interruzione di gravidanza, il trattamento di fine vita, ecc.

3)- Come spiegare l’importanza dei Circoli ricreativi in un Paese che stenta a comprendere il legame tra 
sessualità, affettività e sviluppo della persona e cerca in alcuni casi di censurare il protocollo OMS sull’educazione sessuale come in Lombardia? 
 


Farei una distinzione tra le varie tipologie di circolo. Chi va a ballare in una discoteca ha un certo tipo di esigenza, chi frequenta le saune, un’altra ancora. Forse bisognerebbe interrogarci su come mai, ancora nel 2014, molta gente ha bisogno di questi circuiti per vivere la propria sessualità. Credo infine che queste realtà dovrebbero prodigarsi in prima linea per fare una corretta informazione sulle malattie da contagio sessuale. Non sono informato sul caso del protocollo OMS, ma se è come credo, ovvero se si dà più peso ai pruriti perbenisti che censurano immagini e informazioni dirette, solo perché ritenute non accettabili per il decoro comune, tutto ciò denuncia l’inadeguatezza politica di un’intera classe dirigente.

4)- Dopo l’esperienza delle MST, l’avvento della televisione commerciale e delle pubblicità esplicite, l’esplosione di internet e delle chat, cosa significa nel 2014 “liberazione sessuale”? 
Dobbiamo pensare che basti il “parlare di” o c’è ancora molto da fare? 



La libertà dovrebbe essere la possibilità di scelta tra diverse opzioni, di cui si ha contezza. Ci si informa o si viene informati su questo o quel fenomeno e si prendono delle decisioni in base alla propria sensibilità. Ciò che poi non va bene per me, potrà andar bene per qualcun altro. Il fatto fondamentale è quello di non imporre modelli unici ed escludenti. Credo che ciò valga nella vita di tutti i giorni, a più livelli: nelle dinamiche affettive e familiari, lavorative, sociali e anche nella gestione della sessualità. L’Italia però non è un paese libero. Basta vedere cosa si è scatenato nei social network quando qualcuno, dopo due anni in cui era presente, ha trovato il richiamo ai poliamori nel documento del Roma Pride. Sta passando, anche tra gay, che l’ottenimento di certi diritti debba avvenire per il diniego di quelli delle altre categorie. Una prospettiva che ritengo fallimentare.

5) – Quali alleati dovrebbe cercare il movimento nella sua battaglia di libertà contro l’ipocrisia e la sessuofobia nel nostro Paese?

Le persone eterosessuali in primis. Trovo molta più apertura mentale in certe mie amicizie non LGBT che dentro la stessa comunità. La comunità, poi, andrebbe totalmente ripensata. Nel senso che non credo di vivere in un paese che abbia sentimenti di identificazione in tal senso. Mi sento dire, molto spesso, che non si sceglie il partito per cui votare per il proprio essere gay. Io penso invece che occorra votare anche per il proprio essere omosessuali, bisex, trans, ecc.  Occorre creare cultura dell’accoglienza, della diversità, dell’apertura ai nuovi modelli culturali che provengono da oltralpe. I gender studies hanno il merito di aver problematizzato il fenomeno, ma in Italia qual è la loro ricezione, anche a livello di comunità LGBT? Cultura e dialogo, per me sono questi i migliori alleati.

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A Dario Accolla  va un sentito ringraziamento a nome dell’associazione. Riflettere ed approfondire queste tematiche, oggi, è indispensabile per contrastare l’ondata oscurantista di fronte alla quale ci troviamo e ci induce, inoltre,  ad approfondire la nostra identità di movimento che si batte non solo per i diritti civili, ma anche per un profondo mutamento culturale che promuova la libertà del corpo, delle identità e delle affettività.

 

Mario Marco Canale, 

Presidente Nazionale ANDDOS

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