I femmenelle, le masculone e i “maschi normali”

Di Delia Vaccarello – A Secondigliano, quartiere di Napoli, avviene ciò a cui assistiamo nella società. E’ un piccolo laboratorio che diventa emblematico. In questo quartiere siamo costretti a essere di un genere o di quello opposto, o maschio o femmina. E se veniamo percepiti come non allineati, “non conformi”, allora il gruppo ci trasforma in bersagli. Ci permette di fare poche cose, pochissime, e ci esclude, ci disprezza.

Si incomincia dai nomi: femmenelle, ricchione, masculone.

I bambini che sono nel gruppo ritengono che essere maschio secondo rigidi stereotipi di genere sia “normale”. Mettono in atto così atteggiamenti discriminatori già a livello lessicale, designando come “fuori dal gruppo” oppure rigorosamente ai margini alcuni bambini che vengono chiamati “femmenelle”. A tali bambini vengono dati dei ruoli umilianti, ruoli che servono per “utilizzarli” e contemporaneamente stigmatizzarli. I femmenelle trasmettono messaggi tra le “coppiette” di bambini, diffondono inciucio e pettegolezzo, e se c’è da riordinare, ad esempio, lo devono fare loro. Oppure servono a fare le “Spie”, a riportare ai compagni i discorsi fatti tra gli operatori del centro educativo. Già perché tutto questo avviene nel centro “Oltre la strada” che vede l’impegno di alcuni operatori sociali. I femmenelle hanno il ruolo di confidenti delle bambine, ilcompito di dare aiuto. Sono, si potrebbe dire utilizzando il titolo di un libro noto, “dalla parte delle bambine”.

Le femmine masculone, al contrario, godono di uno status privilegiato. Chiaro dunque che ad essere vincente nella mentalità dei bambini è una figura precisa, quella del maschio etero “normale”: chi vuole assomigliargli, come le bambine masculone, viene visto di buon occhio, chi se ne discosta, come i bambini femmenelle, viene vilipeso.

Troviamo tali analisi in “Giovanotti Femmenelle e Signurine Masculone. A ognuno la libertà di esprimere la propria identità”, frutto di un lavoro di ricerca di Mariano Gianola. Condotto attraverso l’utilizzo del metodo etnografico, il testo affronta la tematica della condizione dei bambini gender nonconforming all’interno di un quartiere difficile della periferia napoletana, Secondigliano.

Questi ragazzi – i cui comportamenti, modi di essere, di esprimersi e di relazionarsi, si discostano dalle norme sociali che definiscono e prescrivono i canoni di mascolinità o femminilità alle quali aderire – frequentano un centro di educativa territoriale denominato “Oltre la strada” (il quale accoglie ragazzi che vivono condizioni disagiate e che abitano nel quartiere periferico di Secondigliano).

E’ inutile, dinanzi a questo fenomeno, dire “roba da ragazzi”. Perchè prescrizioni e ruoli – alimentati dal non detto – iniziano a funzionare prestissimo, e sono il bagaglio ritenuto solido che i giovani portano con se usciti dall’adolescenza.

I femmenelle dunque vengono bullizzati, esclusi, stigmatizzati. Lostigma con il quale tali bambini sono costretti a convivere è associato alle etichette verbali di “Femmenelle” e “Ricchione”. Entrambe i termini sono utilizzati dai loro compagni per riconoscere colui che è considerato estraneo, diverso (in senso negativo), non conforme alle regole e ai comportamenti condivisi e ritenuti “giusti”, e per mantenere e creare distanze nei confronti di coloro che non si adeguano alla normalità socialmente approvata.

Insomma questi termini indicano ciò è giusto e ciò che è sbagliato, e gli sbagliati sarebbero secondo tale mentalità i femmenelle e i ricchioni. Loro sarebbero come nessuno desidera di essere, “sfigati” e inferiori. I ricchioni, soprattutto, sono da disprezzare.

Come reagiscono le “vittime”?

Alcuni “femminielli” in una immagine degli anni ’50

I bambini gender nonconforming, percependosi come connaturatamente errati a causa delle discriminazioni subite dai compagni, per favorire la propria inclusione sociale all’interno del “gruppo dei pari”, hanno attivato una serie di escamotages: l’adeguamento ai comportamenti socialmente richiesti attraverso una omologazione alle regole approvate (ad esempio, giocando a calcio, non giocando più con le bambole . Ancora. I ragazzi prima presi a bersaglio fanno proprio lo stigma subito e lo usano nei confronti dei compagni che vengono bullizzati a causa della stessa situazione (ad esempio, rimarcano pubblicamente come loro non pongano più in essere comportamenti ritenuti tipicamente femminili e come, invece, gli altri si comportino come delle “femminucce”). Insomma provano a fare “i maschi”. Ma tali strategie sono inutili e dannose. Non portano ad alcun tipo di inclusione rinnovando, invece, le discriminazioni. Inoltre, il “mettere in scena” comportamenti tipicamente maschili, snaturando il proprio modo di essere, non dura molto.

Le bambine gendernonconforming, invece, non sono oggetto di discriminazione; possiedono aspetti tipicamente maschili e vivono una condizione di inclusione sociale privilegiata. Sono molti i privilegi che a loro vengono concessi, persino di poter divenire “capitane” delle squadre di calcio.

I ragazzi del centro dunque vivono immersi in una cultura sessista, genderista, ed etero-normativa.

Tale cultura ha bisogno di un demone, di un nemico, per definirsi in contrapposizione.

Il nemico sono i ragazzi che non si conformano, non si adeguano, attraversano le categorie rigide del maschile e del femminile. I ragazzi che mettono in crisi l’idea di dominio del maschilismo. La reazione è feroce, immediata, cattiva.

Ma attenzione: tutto questo non riguarda “solo” Secondigliano. Chi è femmina deve sottomettersi a meno che non si comporti come un maschio. E pur così facendo non sarà un vero competitor, per il fatto che si tratta di una imitazione tollerata da chi tiene in pugno il potere di escludere e includere, di dare i ruoli.

L’immagine normata del maschio funge da faro. Resta preziosa dentro e molto oltre Secondigliano per coloro che la incarnano spesso anche sotto insospettabili spoglie.

Al potere di escludere e di sopraffare nella vana illusione di dominare il mondo, di conquistare ciò che sembra contare più di ogni cosa – e oggi spesso sono i soldi il vessillo di potenza -, il “maschio”, etero ma in certi casi anche gay (e qui occorrerebbe una ampia riflessione), ancora non mostra di aver capito che occorre rinunciare. Non mostra di capire che, certo, si può vincere, ma senza fare vinti.