Fertility Day tra realtà e precarietà: intervista a Claudia Pratelli

Claudia-Pratelli

Claudia Pratelli

Di Rosario Coco – Il Fertility Day, l’iniziativa voluta dalla Ministra Lorenzin per favorire la natalità, è diventato un caso nazionale in poche ore, tanto da spingere il ministero a ritirare una parte della campagna. Ne abbiamo parlato con Claudia Pratelli, del Direttivo Nazionale della Flc CGIL, che nel 2011 è stata tra le promotrici del “Comitato 9 aprile”, movimento giovanile contro la precarietà.

E’ stata una campagna che non ci aspettavamo e che ha ricevuto moltissime critiche.
Perché secondo te?

In questa campagna abbiamo assistito ad un ribaltamento di prospettiva di ciò che dovrebbe essere il ruolo dello Stato:
anziché occuparsi sul piano sostanziale del tema della natalità a 360°, affrontando i nodi legati al welfare, alla difficoltà di avere una casa per le giovani coppie, alla mancanza di asili nido, alla pressione fiscale sul lavoro, il Governo sceglie una campagna da stato etico, che mette le mani nelle mutande delle persone e si incentra sulla fertilità come valore assoluto prima ancora che come condizione medica.
Quando si rivolge alle donne lo fa in modo iper-paternalista e a mo’ di ammonimento a non perdere tempo.
Anche volendo ragionare in un ottica paradossale per cui bisogna fare figli senza se e senza ma, è evidente che si tratta sempre di una questione di coppia.
Nel documento abbiamo anche dovuto leggere che la sessualità ha prima di tutto “una funzione riproduttiva”.
Un passo indietro di decenni.

Uno dei tweet più ripresi è quello di Viola Giannoli, cronista di Repubblica, che associa a #fertilityday i dati sull’aumento dei voucher e la diminuzione dei contratti stabili nei primi sei mesi del 2016.

Emblematico. I dati INPS di Agosto nel confronto tra i primi sei mesi del 2016 e del 2015 rendono noto un aumento del 40% dell’uso dei voucher e una diminuzione del 33% dei contratti a tempo indeterminato. Voucher purtroppo significa spesso lavoro nero, gratuito o sottopagato, oltre che precario, come per altro denunciato anche dal presidente del INPS Tito Boeri. Tutto questo accade perchè che si è sgonfiato l’effetto degli sgravi fiscali: purtroppo il jobs act non sta risolvendo il tema delle precarietà e sono in calo anche le assunzioni. Si tratti di effetti, naturalmente, che si riverberano in maniera inesorabile su una fascia d’età molto vicina a quella che per il Governo dovrebbe essere “l’età d’oro della fertilità. Come facciamo a dire “non aspettare la cicogna” a chi non può progettare la propria vita?

La parodia della rete ACT contro la campagna

Molte proteste si sono levate anche dal settore Scuola e Università.

Si tratta di uno dei settori più complessi da questo punto di vista: abbiamo migliaia di docenti precarie che ancora a 30-40 anni si vedono riconfermare la cattedra di anno in anno, per non parlare della politica di vera e propria deportazione che ha portato al trasferimento forzato di moltissime insegnanti dal sud al nord. Aggiungo che la brutta riforma della scuola del Governo Renzi ha dato in mano ai dirigenti scolastici un potere, la chiamata diretta dei docenti, che rischia di diventare discrimantorio e penalizzare le donne in maternità. Infine i precari della ricerca: in Italia chi fa ricerca, persino gli specializzandi in medicina che assistono i chirurghi, per intenderci, o gli assegnisti, cui si deve gran parte della nostra produzione scientifica, sono considerati come studenti cioè inoccupati, il che significa, ad esempio, essere in fondo alle graduatorie per la casa o per gli asili nido.

Qual è il messaggio che andrebbe mandato adesso alla Ministra Lorenzin?

Questa campagna mi ha personalmente ricordato le battute contro le quali ci siamo imbattuti per molto tempo sul tema della precarietà sin dal 2011. Dal “bamboccioni” di Padoa Schioppa, allo “sfigati” di Martone, ai laureati di Brunetta che dovevano scaricare le casse al mercato, fino ad arrivare al “Choosy” della Ministra Fornero.
E’ la stessa dinamica: un problema sociale, frutto di una serie di scelte politiche e con responsabilità che vanno cercate nella classe dirigente, viene trasformato in una negligenza, anzi in una colpa dell’individuo. La cosa più triste è il sapore di ammonimento e raccomandazione di questa campagna, un po’ come dire “basta giocare è ora di fare le persone serie”.
Alla ministra andrebbe detto che le donne e le coppie di questo Paese lavorano e affrontano mille problemi ogni giorno, facendolo prima di tutto da persone libere, non da meri strumenti di procreazione. Molte di loro, si aspetterebbero una classe politica in grado di metterle materialmente nelle condizioni di scegliere liberamente e serenamente di avere dei figlie e delle figlie.