Adozioni e figli alle “coppie gay”: affrontiamo le perplessità

A seguito dellintervista di Stefano Dolce e Domenico Gabbana su Panorama, che ha suscitato diverse polemiche tra cui anche la replica di Elton John, vogliamo offrire con questo articolo alcuni spunti e materiali di riflessione sul tema dell’omogenitorialità. I due stilisti, infatti, si sarebbero definiti “Gay e contra alle adozioni gay”, contravvenendo per altro ad una precedente intervista del 2005.

In questo comunicato Stampa Ordine Nazionale degli Psicologi  del 20 settembre 2014 si legge:

“Probabilmente considerazioni meramente ideologiche possono aver portato la Ministra alla Salute, Beatrice Lorenzin, a dichiarare testualmente, nella puntata di “Porta a Porta” del 17 settembre scorso, che “la letteratura psichiatrica, da Freud in poi, riconosce la necessità per un bambino di avere una figura materna e paterna”, visto che questa tesi non è assolutamente supportata da ricerche e fonti scientifiche accreditate”.

Lo ha detto il presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologici, Fulvio Giardina, commentando questa dichiarazione.
“Non è certamente la doppia genitorialità a garantire uno sviluppo equilibrato e sereno dei bambini, ma la qualità delle relazioni affettive.”

Da tempo infatti ‐ spiega Giardina ‐ la letteratura scientifica e le ricerche in quest’ambito sono concordi nell’affermare che il sano ed armonioso sviluppo dei bambini e delle bambine, all’interno delle famiglie omogenitoriali, non risulta in alcun modo pregiudicato o compromesso.

La valutazione delle capacità’ genitoriali stesse sono determinate senza pregiudizi rispetto all’orientamento sessuale ed affettivo.
Ritengo pertanto ‐ conclude il presidente ‐ che bisogna garantire la tutela dei diritti delle famiglie omogenitoriali al pari di quelle etero‐composte senza discriminazioni e condizionamenti ideologici

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Il 24 settembre 2014 l’Associazione Italiana di Psicologia ha dichiarato:
L’Associazione Italiana di Psicologia, che rappresenta gli psicologi che insegnano e svolgono attività scientifica nelle Università e negli enti di Ricerca, ritiene di dover intervenire in merito alle dichiarazioni rilasciate dal Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, nel corso della trasmissione “Porta a porta” trasmessa su Rai 1 il 17 settembre 2014.

La Ministra Lorenzin, per giustificare la propria contrarietà all’adozione e al ricorso alla fecondazione eterologa per le coppie omosessuali ha dichiarato che “tutta la letteratura psichiatrica, da Freud in poi, riconosce l’importanza per il bambino di avere una figura paterna e materna per la formazione della propria personalità”.

Tali asserzioni sono prive di fondamento empirico e disconoscono quanto appurato dalla ricerca scientifica internazionale, a partire da studi avviati ormai quarant’anni fa. Sull’argomento le più rappresentative società scientifiche si sono espresse in modo inequivocabile.

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Nel 2006, l’American Academy of Pediatrics ha dichiarato quanto segue: “I risultati delle ricerche dimostrano che bambini cresciuti da genitori dello stesso sesso si sviluppano come quelli cresciuti da genitori eterosessuali. Più di venticinque anni di ricerche documentano che non c’è una relazione tra l’orientamento sessuale dei genitori e qualsiasi tipo di misura dell’adattamento emotivo, psicosociale e comportamentale del bambino. Questi dati dimostrano che un bambino che cresce in una famiglia con uno o due genitori gay non corre alcun rischio specifico. Adulti coscienziosi e capaci di fornire cure, che siano uomini o donne, eterosessuali o omosessuali, possono essere ottimi genitori”.

Allo stesso modo, nel 2009, l’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry ha concluso che “non vi è evidenza scientifica a sostegno della tesi secondo cui genitori con orientamento omo- o bisessuale siano di per sé diversi o carenti nella capacità di essere genitori, di saper cogliere i problemi dell’infanzia e di sviluppare attaccamenti genitore-figlio rispetto ai genitori con orientamento eterosessuale. Da tempo è stato stabilito che l’orientamento omosessuale non è in alcun modo correlato ad alcuna patologia, e non ci sono basi su cui presumere che l’orientamento omosessuale di un genitore possa aumentare le probabilità o indurre un orientamento omosessuale nel figlio. Studi sugli esiti educativi di figli cresciuti da genitori omo- o bisessuali, messi a confronto con quelli cresciuti da genitori eterosessuali, non depongono per un diverso grado d’instabilità nella relazione genitori-figli o rispetto ai disturbi evolutivi nei figli”.

Nel 2011, l’Associazione Italiana di Psicologia ha ricordato che “i risultati delle ricerche psicologiche hanno da tempo documentato come il benessere psicosociale dei membri dei gruppi familiari non sia tanto legato alla forma che il gruppo assume, quanto alla qualità dei processi e delle dinamiche relazionali che si attualizzano al suo interno. In altre parole, non sono né il numero né il genere dei genitori – adottivi o no che siano – a garantire di per sé le condizioni di sviluppo migliori per i bambini, bensì la loro capacità di assumere questi ruoli e le responsabilità educative che ne derivano. In particolare, la ricerca psicologica ha messo in evidenza che ciò che è importante per il benessere dei bambini è la qualità dell’ambiente familiare che i genitori forniscono loro, indipendentemente dal fatto che essi siano conviventi, separati, risposati, single, dello stesso sesso. I bambini hanno bisogno di adulti in grado di garantire loro cura e protezione, insegnare il senso del limite, favorire tanto l’esperienza dell’appartenenza quanto quella dell’autonomia, negoziare conflitti e divergenze, superare incertezze e paure, sviluppare competenze emotive e sociali”.

Su questi temi la comunità scientifica è unanime. L’Associazione Italiana di Psicologia ancora una volta invita i responsabili delle istituzioni politiche a tenere in considerazione i risultati che la ricerca scientifica ha prodotto e messo a disposizione della società e si facciano promotori del rispetto delle persone e della corretta divulgazione scientifica evitando di esprimere asserzioni infondate che hanno il solo risultato di rinforzare i pregiudizi e danneggiare le famiglie mono-genitoriali, le coppie omosessuali e soprattutto i loro bambini.

Citiamo a questo punto l’ampia guida pubblicata sull’Huffington Post da Giuseppina La Delfa

Gli studi sull’omogenitorialità: una guida per i perplessi

Quando si parla di omogenitorialità, a volte i media danno spazio ad alcune ricerche scientificamente e metodologicamente inutilizzabili, ma abilmente sfruttate dal fronte omofobico. Vorremmo perciò offrire qualche strumento per smascherarle.

DUE PREMESSE IMPORTANTI
Prima premessa: tutte le famiglie vanno studiate, comprese quelle omogenitoriali; e gay e lesbiche devono essere i primi a incoraggiare ricerche simili e devono accettarne gli esiti con onestà intellettuale. In effetti moltissime coppie dello stesso sesso hanno consultato questi studi prima di decidere di avere figli. Ma l’esito delle ricerche non ha nulla a che fare con la legittimità delle famiglie formate da coppie dello stesso sesso.

Immaginiamo di confrontare i figli di famiglie di migranti giunte in Italia e i figli di famiglie autoctone. I primi probabilmente saranno più esposti a episodi di razzismo, chi lo negherebbe? E mediamente i genitori avranno maggiori difficoltà ad ambientarsi, con ricadute sulla vita quotidiana della prole. Ma chi userebbe questo dato come un argomento per sostenere che gli stranieri non debbono avere figli in Italia? O che i figli degli stranieri dovrebbero avere meno diritti in termini di riconoscimento familiare?

Se da una ricerca emergesse che le famiglie di stranieri sono più svantaggiate socialmente, come occorrerebbe reagire? Impedendo ai genitori, magari con l’aiuto del prefetto, di far riconoscere i loro figli all’anagrafe? No: compiendo un lavoro culturale e politico che dia a tutti pari diritti e pari opportunità. Che è appunto ciò che chiedono le Famiglie Arcobaleno.

Ed ora la seconda premessa.

Nell’opinione pubblica priva di conoscenze specialistiche si è diffusa (o è stata diffusa ad arte) l’impressione che, per quanto riguarda l’omogenitorialità, la scienza sia divisa. Si pensa che alcuni psicologi e sociologi abbiano raccolto dati che permettono di vedere nelle famiglie omogenitoriali una semplice variante della genitorialità, che non mette in pericolo i figli, e che altri psicologi e sociologi abbiano invece raccolto dati allarmanti, che mostrano una realtà famigliare drammatica.

Non è così.

Attenzione però: negli studi teorici – che siano veri e propri saggi oppure riflessioni, interviste, semplici prese di posizione – chiunque può sostenere e argomentare le sue idee senza bisogno di dimostrarne la validità con dati concreti. Uno psicoanalista freudiano classico, per esempio, può sostenere che le famiglie arcobaleno non permettono ai figli di affrontare il complesso di Edipo: e può dirlo senza tema di essere smentito, se rimane sul piano strettamente teorico, cioè se non presenta dati a sostegno della sua tesi. E ovviamente non c’è nulla di male nel fatto che psicoanalisti, filosofi, teologi lascino viaggiare liberamente i pensieri: è anzi necessario che lo facciano.

Ma se si passa alle ricerche sul campo le cose cambiano. Qui troviamo molte decine di studi pubblicati sulle riviste più autorevoli nel corso di più di quarant’anni, e le indicazioni che forniscono vanno sempre nella stessa direzione. Se non si trattasse di un tema reso controverso da pregiudizi ancestrali, il dibattito sarebbe inesistente e il discorso sarebbe già chiuso. Ormai tutto il mondo accademico serio – psicologi, sociologi, pediatri – ha tratto da anni le sue conclusioni, e le organizzazioni professionali si sono più volte espresse a sostegno dell’omogenitorialità. Non esistono dunque studi che si esprimano diversamente? Sì, ci sono, così come c’è ancora chi sostiene il creazionismo o il negazionismo. Si tratta comunque di pochissimi studi e molto discutibili, per tante ragioni che ora diremo.

E questo ci porta al cuore della questione.

GLI STUDI A FAVORE
Si può partire dal report di Charlotte Patterson del 2005, che prendeva in esame circa 150 ricerche dei decenni precedenti per concludere che “gli ambienti domestici forniti da genitori omosessuali hanno la stessa probabilità di quelli forniti da genitori eterosessuali di supportare e realizzare lo sviluppo psicosociale dei figli”. Nel decennio successivo, ancora molte altre ricerche (come quelli di Gartrell, Bos, Stacey, Biblarz, van Gelderen, Goldberg ecc.) hanno confermato questi dati.

Questi studi non sono semplici da realizzare. Prima di tutto perché non è facile intercettare le famiglie omogenitoriali – un gruppo minoritario, discriminato, talvolta riluttante a esporsi, e (fino a tempi recentissimi) non rilevato nei censimenti. Se molti studiosi hanno reperito le famiglie necessarie attraverso il passaparola e l’associazionismo, non è perché obbedissero agli ordini di una fantomatica “lobby gay”, ma semplicemente perché non c’era altro modo di trovarle.

Pochi hanno potuto studiare più di una cinquantina di famiglie alla volta (anche se cumulativamente sono state indagate migliaia di famiglie in molti diversi paesi). Si tratta di una forma d’indagine del tutto legittima, i cosiddetti “studi qualitativi”, che dichiaratamente prendono in esame un numero limitato di soggetti, ma lo fanno in modo approfondito e giungendo a risultati certi, benché non generalizzabili.

Via via le ricerche sono divenute sempre più attendibili, per esempio con il ricorso a “gruppi di controllo” (un campione di famiglie eterogenitoriali da usare come termine di confronto) e la rilevazione dei dati prolungata su più di dieci anni. Oggi gli studi sono ormai moltissimi, e i dati che ci offrono confermano in modo compatto (con le poche apparenti eccezioni che discuteremo tra poco) quanto scriveva Patterson nel 2005. A fare la differenza è la qualità delle relazioni di accudimento, non il sesso o l’orientamento sessuale dei genitori.

Questi studi hanno fornito ovviamente anche una messe di altre informazioni. Per esempio, la metanalisi (una comparazione tra molte decine di studi precedenti) effettuata nel 2010 dai sociologi americani Timothy Stacey e Judith Biblarz ha indagato l’influenza della variabile “genere” sulle competenze genitoriali. Scoprendo tra l’altro che le madri lesbiche preferiscono in generale le figlie femmine, i padri eterosessuali i figli maschi, e i padri gay non sembrano avere particolari preferenze in un senso o nell’altro.

Riferiamo questo dato curioso solo per dare un’idea di come in ambito accademico non si sia ormai più ossessionati dalla questione dello “stato di salute” della famiglia omogenitoriale in sé, e si cerchi invece di conoscere meglio questo o quell’aspetto di questo come di altri tipi di famiglia. È significativo, comunque, che molti di questi studi ci mostrino famiglie omogenitoriali mediamente meno legate agli stereotipi di genere (per esempio, figli e figlie si scambiano i compiti con facilità) e meno inclini alle punizioni corporali.

Un punto importante è naturalmente se i bambini arcobaleno risentano dell’omofobia sociale. Alcuni studi, come quelli compiuti da H. M. W. Bos negli anni Duemila, mostrano che questo impatto negativo esiste, se la scuola e i genitori non attivano strategie antiomofobiche. Ma sorprendentemente gli studi di Bos mostrano anche che questi ragazzi hanno uguali livelli di disagio psicologico globale rispetto ai ragazzi cresciuti con genitori eterosessuali. Forse è un segno della buona reattività delle coppie dello stesso sesso di fronte a una situazione problematica che la nostra società dovrebbe comunque affrontare. Se viviamo in una cultura omofoba (o razzista), la soluzione non può essere ostacolare le famiglie omogenitoriali (o straniere).

GLI “STUDI” AVVERSI
Veniamo ora alle ricerche in apparenza avverse all’omogenitorialità a cui avevamo accennato.

“In apparenza”, perché occorre prima di tutto liberare il campo da una serie di lavori che vengono spesso citati quando si parla di genitori dello stesso sesso, ma in realtà con le famiglie omogenitoriali hanno ben poco a che fare.

Per esempio, accade che si tirino in ballo i numerosi studi che mostrano come un bimbo che cresce con la sola madre sia svantaggiato rispetto a uno che cresce con una madre e un padre. E che questi studi vengano descritti come “ricerche sui bimbi allevati senza un padre”. La malafede è evidente. Si tratta ovviamente di bimbi allevati innanzi tutto con un solo genitore, con le inevitabili difficoltà che questo comporta. Cosa accadrebbe con due genitori dello stesso sesso rimane da dimostrare (o meglio, è stato mostrato – nei tanti studi “positivi” che abbiamo già citato).

In modo analogo, si citano le tante ricerche sulla centralità del rapporto con il padre nelle famiglie eterogenitoriali, e le si usa per sostenere che i bambini “hanno bisogno di un padre”. Ma il senso di questi studi è chiaramente che i figli crescono meglio se hanno un rapporto significativo con entrambe le figure genitoriali, qualsiasi sia il loro sesso biologico. Per verificarlo basterebbe vedere cosa accade quando i genitori sono dello stesso sesso. E, come abbiamo visto, la risposta c’è già – negli studi citati in apertura.

Altri studi utilizzati contro le famiglie omogenitoriali prendono in esame la popolazione omosessuale in generale e mostrano un’incidenza di disagio psichico, malattie (tra cui l’Aids), consumo di alcool e droghe, comportamenti asociali, violenza, ecc. con valori superiori alla media. Alcuni di questi studi sono affidabili: in effetti parametri di questo tipo sono spesso più alti in tutti i gruppi discriminati, per esempio le minoranze etniche, o i disoccupati/inoccupati. Ma non è assurdo pensare che per questo motivo occorra evitare di dare riconoscimento alle loro famiglie?

E in ogni caso, cosa significano questi dati? In Italia (per fare un parallelo) la percentuale di cittadini che hanno consumato cannabis e cocaina è tra le più alte in Europa, ma questo non significa che le famiglie italiane siano fumerie d’oppio… Solo alcuni gay (e solo alcuni etero) sono violenti o consumano droghe, e non è detto che siano proprio loro a voler mettere su famiglia. Per accertarsene occorrerebbe indagare la presenza di questi comportamenti non nell’intera popolazione gay/lesbica, ma direttamente nelle famiglie omogenitoriali. Ma queste famiglia, come abbiamo detto, sono già state studiate.

Ancora una volta, è davvero curioso che si cerchino studi che indicano presunte criticità delle famiglie arcobaleno senza mai studiarle direttamente – e che queste criticità poi scompaiano quando le si studia davvero.

Altri studi, poi, mostrano che per un figlio è più vantaggioso, mediamente, crescere con genitori sposati che con genitori conviventi. Questo è un ottimo argomento a favore del matrimonio per tutti…

Altri studi sono stati frettolosamente pubblicati su riviste sconosciute e di scarsissima autorevolezza, prive di peer review o con peer review approssimative…

Altri studi sono frutto del lavoro di “studiosi” pittoreschi come Paul Cameron, espulso dal suo ordine professionale e oggetto di una fitta serie di sanzioni…

Altri studi citano prese di posizione di associazioni professionali fantasma come l’American College of Pediatricians, cioè alcune decine di medici che hanno lasciato nel 2002 la vera associazione professionale dei pediatri americani, l’American Academy of Pediatrics, con 60000 iscritti…

La più straordinaria collezione di informazioni false e tendenziose sull’argomento, pericolosa per il suo aspetto “scientifico”, è forse la poderosa lista di “studi scientifici” [sic] avversi all’omogenitorialità messa online dall’UCCR (Unione Cristiani Cattolici Razionali). Ce ne sono di tutte le tipologie che abbiamo elencato fin qui. Ma ecco alcune perle:

– nel dicembre 2011 viene riportata la pubblicazione di una ricerca su “Archives of Sexual Behaviour” secondo cui le figlie diciassettenni di madri lesbiche sarebbero più inclini a sperimentare con l’omosessualità (come se ci fosse qualcosa di male – comunque il dato è noto da molte altre ricerche, che mostrano che in età adulta la proporzione di omosessuali tra loro rispecchia quella della società nel suo insieme); non si dice però che, secondo lo stesso studio, queste ragazze hanno meno probabilità di subire abusi sessuali in famiglia;

– nel luglio 2012 vengono citate le parole di un sociologo (Daniel Potter) secondo cui “i bambini cresciuti in famiglie tradizionali (vale a dire, con i due genitori biologici sposati) tendono a fare meglio dei loro coetanei cresciuti in famiglie non tradizionali” – ma si tralascia il seguito dell’abstract, che trae conclusioni di senso diametralmente opposto;

– nel dicembre 2013 viene tirata in ballo una ricerca del “McGill University Health Centre” sulla mancanza del padre, che riguarda – ma questo non viene dichiarato – la mancanza del padre nel… topo americano.

Abbiamo voluto dilungarci su questa lista di bufale, a rischio di annoiare chi legge, per far capire che nell’ambito degli studi sull’omogenitorialità non si sta sviluppando un normale dibattito scientifico in cui tutti concordano almeno nell’intento di giungere a una verità oggettiva condivisa. Quando Ernesto Galli Della Loggia accusa associazioni come Famiglie Arcobaleno di “considerare ciarlatani o delinquenti tutti gli studiosi che non condividono il pensiero gay in base al semplice fatto (peraltro da accertare) che un paio di costoro sono stati colpiti da sanzioni o scoperti a mentire”, mostra di non conoscere ciò di cui sta parlando. Non è in corso uno scontro tra il “pensiero gay” (qualunque cosa sia) e una frangia di rispettabili studiosi, ma un assalto alla scienza mosso dalla pseudoscienza a scopi schiettamente discriminatori.

REGNERUS E SULLINS
Occorre però dire qualcosa di più sugli studi, recenti e in apparenza più credibili, di Regnerus e Sullins.

Come abbiamo detto, in questi decenni moltissime ricerche sono state necessariamente qualitative, cioè basate su un campione di poche decine di famiglie che si sono offerte di partecipare. Ovviamente sarebbe stato preferibile condurre anche ricerche quantitative, cioè riferite ad ampi numeri e a un campionamento casuale. E così è stato: nel 2006 Patterson ha potuto condurre, con Jennifer Wainright, uno studio sull’andamento scolastico, l’adattamento famigliare e sociale e le relazioni amicali e romantiche di un campione totalmente casuale di ragazze cresciute in coppie lesbiche. I risultati sono stati analoghi a quelli delle ricerche precedenti. Altrettanto vale per gli studi di Michael Rosenfeld (2010) sulla riuscita scolastica di 3500 bambini cresciuti in famiglie omogenitoriali, e quello di Potter (2012) su 158 bambini scelti da un campione casuale di 20.000.

Si tratta di ricerche molto costose. In questi anni però alcune fondazioni legate alla destra fondamentalista hanno finanziato studi sociologici quantitativi di questo tipo. Il prossimo studio che discuteremo, per esempio, ha ricevuto quasi 700.000 dollari.

Il New families structure study di Mark Regnerus ha avuto una certa risonanza nel 2012. Per la prima volta uno studio condotto su un campione statisticamente significativo (quasi 3000 adulti tra i 18 e i 39 anni) riportava risultati negativi per i figli di genitori omosessuali. I figli di “madri lesbiche” avevano ottenuto risultati significativamente peggiori in molti aspetti della qualità della vita: disoccupazione, sussidio sociale, disimpegno politico, psicoterapia in atto per ansia e depressione, tradimento del proprio partner, perfino abuso sessuale ricevuto durante l’infanzia. Poveri erano i risultati scolastici, più frequenti l’abuso di droghe e gli arresti occasionali.

Lo studio, tuttavia, si è rivelato profondamente fallato (e un’indagine interna alla prestigiosa rivista Social science research, che l’aveva pubblicato, ha messo in evidenza gli errori compiuti nel processo di valutazione). “Madre lesbica”, per esempio, era definita qualsiasi donna che avesse mai avuto una relazione anche brevissima con un’altra donna. Ciò faceva identificare come “figli di madre lesbica” anche tanti soggetti che erano sempre vissuti con i loro genitori etero. Solo il 57% dei “figli di madre lesbica” avevano vissuto almeno quattro mesi con la madre e la sua compagna, e solo il 23% per almeno tre anni. Solo il 23% dei “figli di padre gay” avevano vissuto almeno quattro mesi con padre e compagno, e solo il 2% per almeno tre anni. Chiaramente questo non è uno studio su ciò che intendiamo come “famiglie omogenitoriali”.

Ma cosa ha studiato allora Regnerus? La sua ricerca intercettava soprattutto quei figli e figlie che, nati in una coppia eterosessuale, avevano visto uno dei genitori scoprirsi gay o lesbica, con conseguente crisi e separazione. Era inevitabile che lo studio incappasse in famiglie di questo tipo. Prima di tutto perché sono tuttora molto più diffuse delle famiglie “a fondazione omosessuale” (in cui una coppia di donne o di uomini decide di avere figli); e poi perché Regnerus aveva scelto di intervistare dei figli maggiorenni (tra i 18 e i 39 anni), quindi esplorava le relazioni famigliari che avevano vissuto nei decenni precedenti, quando le famiglie “a fondazione omosessuale” erano davvero casi eccezionali. Il risultato è uno studio che ci parla soprattutto della difficoltà di crescere in famiglie spezzate, e in particolare del peso del segreto omosessuale – una vera e propria bomba a orologeria. È uno studio che dovrebbe casomai stimolarci a accogliere gli omosessuali dichiarati, e a riconoscere le loro famiglie.

Lo studio del 2015, anch’esso quantitativo, di Donald Paul Sullins è stato appena pubblicato e ci riserviamo di tornarvi sopra in un altro articolo. Per ora si può osservare che lo studio adotta un approccio molto simile a quello di Regnerus. Utilizza dati relativi addirittura a più di 200000 bambini, e in questo modo riesce a reperirne anche su 512 figli di genitori dello stesso sesso, il cui benessere appare nettamente inferiore alla media. Anche in questo caso i dati si riferiscono almeno in parte al passato: i primi sono stati ottenuti quasi vent’anni fa, nel 1997. Sullins evita di commettere l’imprudenza di Regnerus, e si guarda bene dal raccogliere dati sulla “durata” delle famiglie che esamina. In questo modo la presenza di famiglie segnate dal divorzio resta completamente invisibile. Ma proprio il confronto con i dati di Regnerus ci fa capire che la grande maggioranza di queste famiglie omogenitoriali è segnata dalla separazione dei genitori.

Del resto, anche la conclusione del lavoro di Sullins – che celebra enfaticamente la “famiglia biologica” e la crescita con due “genitori biologici” – fatica ad ancorarsi ai dati: come possiamo dire, nell’epoca dell’eterologa per tutti (e ovviamente dell’adulterio per chi lo vuole), che i figli di queste coppie etero sposate siano davvero “biologici”?

Abbiamo deliberatamente evitato di tirare in ballo il fatto che Donald Paul Sullins sia stato sacerdote e insegni tuttora presso la Catholic University of America. Molto correttamente il sito dell’UCCR osserva: “A chi volesse obiettare che l’autore è ‘di parte’ perché lavora in una Università cattolica bisognerebbe ricordare che tale ateneo è ritenuto uno dei migliori college americani da parte della Princeton Review, che l’indagine scientifica non si basa sul principio di autorità e il ricercatore – anche se interessato all’argomento (sarebbe strano il contrario, in realtà )- pubblica dati e offre un’interpretazione di essi, rimettendosi al giudizio e alla valutazione dei revisori esterni, cosa che è stata fatta dal prof. Sullins.” Molto meno correttamente lo stesso sito, nella “pagina degli orrori” che abbiamo citato prima, attacca Charlotte Patterson, professoressa di Psicologia e direttrice del “Programma interdisciplinare di studi su donne, genere e sessualità” della prestigiosa Università della Virginia, e ovviamente anche lei sottoposta alle stringenti valutazioni dei revisori esterni, rinfacciandole di essere “un’attivista omosessuale, convivente con tre bambini”. Ancora una volta: due pesi e due misure. Per questo abbiamo parlato di “pseudoscienza”.

Ora, qualche conclusione.

I difetti strutturali di ricerche come quelle di Regnerus e Sullins – per non parlare degli altri studi meno seri a cui abbiamo accennato – non sono paragonabili ai limiti dei circa 200 studi qualitativi che danno un’immagine rassicurante dell’omogenitorialità. I primi, infatti, sono semplicemente inutilizzabili ai fini di una migliore comprensione dell’omogenitorialità, perché si fondano su un’idea distorta di essa e impediscono di valutare l’effetto di fattori esterni (come il divorzio o lo stigma) dall’impatto di eventuali caratteri intrinseci della realtà omogenitoriale. I secondi invece, pur non essendo generalizzabili, forniscono una mole di dati coerenti e unidirezionali che oltre a venire ribaditi da sempre nuovi studi qualitativi, possono trovare successive conferme in studi quantitativi come quelli di Patterson, Rosenfeld e Potter – che effettivamente li confermano, e sono generalizzabili.

In secondo luogo, di fronte ad una letteratura scientifica imponente che ha accumulato solo negli ultimi 15 anni più di 50 studi, che confermano e riconfermano gli stessi risultati (ovvero che l’orientamento omosessuale dei genitori non danneggia i figli che crescono con loro), qualunque studio che desideri affermare il contrario dovrà provarsi metodologicamente impeccabile.

Ma i lavori di Sullins e Regnerus si prestano a una riflessione ulteriore. Una parte delle coppie omosessuali prese in esame da Sullins – circa il 16 % – erano sposate (negli ultimi vent’anni il matrimonio per tutti ha preso piede negli Stati Uniti, come altrove). Questo avrebbe permesso allo studioso di svolgere un confronto omogeneo tra le coppie sposate eterosessuali e quelle sposate omosessuali. Invece ha preferito raccogliere in un’unica categoria tutte le coppie omosessuali – sposate, conviventi, appena nate, divorziate – e confrontarle con coppie etero in stragrande maggioranza sposate. Un paragone squilibrato, fatto per evidenziare la fragilità delle famiglie del primo gruppo. Ma è solo un esempio di un modo di procedere che – in Sullins come già in Regnerus – lascia fuori dal quadro le maggiori pressioni sociali a cui è sottoposta una famiglia omogenitoriale: l’esclusione dal matrimonio (che, come molti studi hanno mostrato, rinsalda una coppia), ma anche lo stigma, il segreto (a volte), la mancanza di tutela legale, l’omofobia interiorizzata, il bullismo scolastico, il precedente divorzio eterosessuale…

Insomma, una montagna di dati che ci dice veramente poco. Spesso gli studi sociologici sui grandi numeri portano a grandi semplificazioni. E proprio qui si rivela il valore dell’indagine qualitativa. Gli studi fatti su piccoli campioni di convenienza permettono di isolare più facilmente la variabile omogenitorialità: capire se la coppia gay che vive con il figlio lo ha avuto in una famiglia precedente, oppure lo ha cercato (e per quanto tempo); se ha un’identità sociale forte, e per esempio fa parte di un’associazione; se può contare su buone prassi, se frequenta contesti liberali…

Una ricerca qualitativa ovviamente si concentra sulla descrizione di processi specifici al campione osservato. Non ha pretese di parlare per l’universo mondo, ma solo per il suo campione. Non può affermare che l’omogenitorialità è sempre funzionale o sempre disfunzionale; ma dal momento che riesce ad evidenziare delle realtà che funzionano anche meglio delle altre, per quanto non rappresentative di tutte le situazioni omogenitoriali, permette di affermare che l’omogenitorialità può funzionare perfettamente, quando il contesto glielo permette.

Ne deriva una domanda diversa: cioè quando e a quali condizioni l’omogenitorialità funziona? Che è esattamente il punto della richiesta di sensibilizzazione, legislazione e tutela delle famiglie arcobaleno. Se possono funzionare, allora è dovere della società cambiare per permettere loro di farlo.

La redazione